Quel sogno impossibile di un altro pianeta Terra La realtà visionaria di cinema e letteratura ha «scoperto» Kepler 186-f ben prima della Nasa

Pensaci. Sta lì, lo guardi, ti ci specchi, quasi simile alla Terra, un gemello diverso, appoggiato lungo le strade della via Lattea, in quella zona mite, dove si può abitare, non troppo fredda e non troppo calda con un sole che è una nana rossa, più piccolo del nostro e che cuoce a fuoco lento.

Cortney ha un dottorato all’università di Harward ed è una cacciatrice di pianeti. Pianeti come la terra. Pianeti dove potrebbe esserci vita. È lei che parla ogni giorno con Keplero e scruta l’universo con i suoi occhi. Keplero sta lassù dal 7 marzo 2009. Non dorme mai. E guarda sempre dalla stessa parte, in quello spazio di piccoli e giovani soli, tra il Cigno e la Lira. Costellazioni.

Cortney ci pensa quando fa bollire l’acqua. Non è mai così abitudinaria a pranzo o a cena. Mangia quando non ha paura di sentirsi sola. La sua cucina assomiglia a ciò che vede Keplero. Fuochi grandi, fuochi più piccoli, dove intorno girano pianeti, masse attratte da masse più grandi, e intorno a loro satelliti, alcuni così grandi da poter essere scambiati per pianeti. Finora non ne hanno mai incontrato uno come la nostra solitaria luna, partorita da una collisione ancestrale con qualcosa di davvero molto grosso. Quale sarà quello giusto? Il pianeta X come lo chiamano i romanzieri. Il decimo pianeta. Terra uguale Terra. Non un mondo parallelo. Non un anti Terra, ma il gemello astrale di questa palla di terra e acqua. Qui dove camminano gli umani. È da sempre che lo cerchiamo. Lo hanno chiamato Nemesis, Gaia, Gor, Hyperion, Nibiru, Thalassa, Terra Nova. Par Ariosto la stessa luna era nostra gemella, un hard disk parallelo dove ritrovare le cose perdute sulla terra. Quante sono le terre possibili? Le altre terre? Secondo Keplero in quell’angolo di universo dove rivolge lo sguardo sono almeno 3538. Li chiamano i pianeti candidati. Come la terra? Cortney ci spera. Cerca. Ogni volta qualcuno ci assomiglia di più. Quelli dove in teoria ci potrebbe essere vita sono duecentoquarantaquattro. Proprio così 244. Sono tanti. Troppi. Prima di Kepler 186-f, il cugino così lo definiscono, c’era Kepler 62f e il suo gemello Kepler 62e o ancora Kepler 69c o Kepler 22b. I pianeti sono come i profeti. Un giorno un amico gli disse che questa fabbrica di terre quasi terra gli ricordava il pianeta Magrathea di Guida galattica per gli autostoppisti, il romanzo di Douglas Adams, dove c’era questo mondo di ricchi palazzinari che costruiva pianeti su ordinazione.

L’immobiliare Nasa spa. E se fosse questo il senso di questi annunci?

Eppure da qualche parte ci sarà il prescelto. La terra come la Terra. Non è solo scienza. Non è solo l’avventura di un Cristoforo Colombo che cercava una strada alternativa, opposta, per le Indie e trovò per serendipity e senza mai rendersene conto un nuovo mondo. Non è solo per gridare al mondo: «Terra, terra». Non è per disegnare una mappa della galassia o della via Lattea e dare un senso al buio di luci intermittenti che ci circonda o indicare longitudine e latitudine delle sorgenti del Dio fiume e con disincanto british dire all’altro da noi, all’altro come noi: Mr. Livingtone, I suppose.

No, non è questo. È scacciare questo senso di solitudine, questa malinconia da unico essere pensante, morente, disperso in una creazione troppo grande, decisamente inutile, come l’opera di un demiurgo ipertrofico, uno di quei maniaci ossessivi e compulsivi che lavorano a un gigantesco castello di carte fine a se stesso. Quello che Cortney si chiede, nelle ore infinite che passa a ricevere gli sguardi di Keplero, è se ci sia un senso in questa immensa successione di fornelli. Cosa sta cucinando lo chef? E per quante portate? Chi sono i commensali? Quanta fame hanno? E noi di questo fuoco vivo siamo i clienti o il cibo, oppure solo le goccioline di vapore che il cuoco non starà certo lì a contare? Non c’è una risposta. Non ci sarà mai. Non la puoi trovare nello sguardo di Keplero. Ci sono più probabilità di trovarla in questa notte di passione, di venerdì santo, di verbo incarnato. Illuminazione al buio. Fede. La vera domanda non è quella su chi ha tradito. Sono forse io? No. Il «sono forse io» è se sono forse l’unico, solo, nell’universo.

Keplero guarda. E noi non potremo arrivarci. Esiste altra vita, esistono altri mondi, ma anche se fosse così non abbiamo il potere di raggiungerli. Ma quello che angoscia Cortney è qualcosa di più. È lo sguardo. Quello che vediamo dell’altra terra, di uno qualsiasi di questi Kepler x, non esiste. Il cacciatore di pianeti, il telescopio, osserva qualcosa che non c’è più. Qualcosa di vecchio. Ipotizziamo che Kepler 186f sia proprio come la terra, e non è così, cosa stiamo guardando? Un tempo lontano 500 anni luce. Non solo non raggiungibile, ma immaginario come lo è il passato. E se da lassù, dalla costellazione del Cigno, guardassero noi, ci vedrebbero più o meno indaffarati nel 1514, quando un monaco agostiniano di 31 anni è già piuttosto disgustato da Roma. Si chiama Martin Lutero e ha appena saputo che Papa Leone X ha appena concesso l’indulgenza plenaria ad ogni fedele che fa un’offerta per la Basilica di San Pietro. La Chiesa un po’ come la Nasa, raccoglie fondi promettendo mondi. Un anno dopo Lutero comincerà le sue lezioni sull’epistola ai romani. Quello che da lassù vedono sono i primi passi verso il grande scisma. Noi e loro pensa la ragazza mentre spegne i fornelli forse esistiamo davvero, ma resteremo sempre imprigionati in due tempi diversi. Neppure i puri spiriti possono essere più veloci della luce. È la maledizione di Einstein.
Vittorio Macioce – Sab, 19/04/2014 – 08:26

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