Ricordate il fungo cinese? Tornerà prestissimo.

Il caso del fungo cinese
di Pier Luigi Bassignana |

Il modo in cui si formano, e si diffondono, le credenze popolari è argomento fra i più dibattuti e controversi, che solo raramente consente di pervenire a qualche certezza. Un caso emblematico della prima metà degli anni cinquanta.
Così, non è chiaro come poté avere origine, nel medio Evo, la credenza secondo la quale i re di Francia e di Inghilterra avevano il potere di guarire la scrofola, malattia molto diffusa, con la semplice imposizione delle mani sul capo del postulante. In quel caso, tuttavia, è stato possibile ricostruire, e lo ha fatto magistralmente Marc Bloch ne I re taumaturghi (1), tutti gli accorgimenti messi in atto dagli stessi sovrani ai fini del potere, che hanno consentito alla credenza di diffondersi, e di tenere banco per quasi due secoli.
Nella maggior parte dei casi, invece, origine e diffusione rimangono misteriose. Ad esempio, per venire a tempi più recenti, è rimasto emblematico il caso del cosiddetto “fungo cinese” che godette di vasta popolarità nella prima metà degli anni cinquanta del secolo scorso.
Di cosa si trattasse, è presto detto. Intanto, non era un fungo, ma una associazione di microrganismi che prosperavano in soluzioni di tè, o comunque zuccherine, dando vita a masse mucillaginose, secondo un processo che assomigliava molto da vicino a quello che origina la madre dell’aceto. Con la differenza che, in luogo del rassicurante colore violetto di quest’ultima, assumeva una colorazione giallastra che ricordava molto da vicino altre sostanze scarsamente edificanti.
Né poteva essere diversamente, dal momento che i componenti avevano nomi vagamente terrificanti: Brettanomyces Bruxellensis, Candida stellata, Schizosaccharomyces pomba, Torulasposra delbrueckii, Zigosaccharomices bailli, il tutto accoppiato a un Acetobacter.
Se avessero conosciuto la composizione, probabilmente i bravi italiani avrebbero girato al largo. Digiuni, invece, di nozioni batteriologiche, si affrettarono a decretarne il successo.
Di colpo, nella maggior parte delle case, sui mobili della cucina o del tinello si videro troneggiare grandi vasi di vetro trasparente, dentro i quali la mostruosa creatura cresceva a vista d’occhio, quotidianamente alimentata da sempre nuove infusioni di tè che andavano a rimpiazzare i quantitativi consumati dagli adepti. Già, perché la “posologia consigliata” prevedeva che se ne assumesse almeno un bicchierone, a digiuno, tutte le mattine.
Il bello è che tutti coloro che si dedicavano entusiasticamente alla pratica non avevano la più pallida idea delle virtù terapeutiche attribuite al beverone, vagamente disgustoso anche nel colore torbido che lo caratterizzava, che stavano ingurgitando. Interrogati sul punto, la maggior parte rispondeva, stringendosi nelle spalle, che lo bevevano perché “faceva bene”.
La spiegazione l’avrebbe fornita un noto scienziato dell’epoca. Come ebbe infatti a prescrivere, a tempo di fox‑trot, Renato Carosone (2), se prendi “stu fungo cinese …”
Nun piglià penicillina
Nun piglià streptomicina
Piglia ‘o fungo ogni mattina…

Grazie anche a questo tipo di propaganda, la schiera degli adepti cresceva continuamente raggiungendo dimensioni imponenti. Lo scrivente ricorda ancora vividamente come, sul mobile del tinello di casa, il grande vaso di vetro che conteneva il fungo e l’infuso destinato al consumo familiare, fosse circondato da diversi vasi di minori dimensioni entro i quali “piccoli funghi crescevano”. La vulgata voleva infatti che l’efficacia terapeutica del preparato fosse direttamente proporzionale alla sua gratuità.
E allora, variante della ben più celebre e duratura Catena di Sant’Antonio, le persone più sensibili, e responsabili, provvedevano a moltiplicare i funghi affinché anche altre persone, fossero parenti stretti o amici cari, potessero beneficiare delle loro proprietà.
Poi …
Poi, con la stessa rapidità con la quale si era diffuso, scomparve dalle case degli italiani, e il vaso di vetro che lo aveva ospitato venne destinato ad altri usi. Oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, se non vi fosse la testimonianza, oltre che della canzone di Carosone, anche della tavola di copertina disegnata da Walter Molino per la Domenica del Corriere del 19 dicembre 1954 (3), si potrebbe pensare che il fungo cinese non sia mai esistito. Anche se, visto l’andazzo del mondo, non si può neppure escludere che prima o poi ricompaia sotto mentite spoglie.

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